Checchino

      La sera del 2 aprile 1899 Maria Grazia De Angelis, una bella ragazza di Giulianova, di diciannove anni, andò a ballare in un ritrovo insieme con il suo fidanzato, il 16enne Antonio Grossi, chiamati da tutti Francesco o, meglio, "Checchino".

     "Dammela quella rivoltella che mi volevi dare" disse a Checchino. "E vedrai che farò quello che mi chiedi fare."

     Quello che il suo fidanzato le chiedeva da tempo di fare era uccidere un suo antico innamorato, il 18enne Emidio Favacchia, carrettiere, del quale Antonio Grossi era geloso per le insistenti profferte che quel fastidioso rivale continuava a fare alla giovane, anche adesso che lei era fidanzata con lui. Da quando Antonio aveva preso a pretendere che a uccidere Favacchia fosse lei, Maria Grazia, quel rapporto era diventato un inferno, perché Checchino sembrava non credere alla sua fidanzata quando lei gli diceva che per quel corteggiatore non aveva più alcun interesse.

     Il giorno successivo, il 3 aprile 1899, Maria Grazia restituì però la rivoltella a Checchino, il quale sembrò assai dispiaciuto che la sua fidanzata non volesse dargli quella "prova d'amore". Di lì a qualche giorno, precisamente il 15 aprile, Emidio Favacchia venne a sapere della consegna della rivoltella e andò a lamentarsene direttamente con Checchino. Questi negò, disse che non era vero niente, ma non risultò convincente, tanto che ad un certo punto Favacchia gli diede due schiaffi. L'indomani, il giorno 16 aprile, i due rivali tornarono ad incontrarsi, quando, insieme con altri, passarono un paio d'ore giocando a palla. Quando tutti se ne furono andati, rimasero soltanto loro due e si affrontarono in una sfida a due, sempre nel gioco della palla. Chi avesse perso avrebbe pagato un sigaro all'altro. Perse Checchino, ma disse di non avere il denaro per comperare il sigaro. Si impegnò però ad andare subito a casa sua a prenderlo, così avrebbe potuto comperare il sigaro da dare a chi aveva vinto.

     Si avviò verso casa sua e, qui giunto, non prelevò il denaro, ma la sua rivoltella. Mentre stava tornando verso il luogo dove lo aspettava Favacchia, incontrò un suo amico, Alessandro Federici, e lo pregò di andare a comprargli una capsula per rivoltella numero sette. L'amico si rifiutò, così Checchino ci andò lui a comprare la capsula e con quella in tasca si portò davanti alla bottega di Tentarelli, dentro la quale sapeva che il rivale lo stava aspettando. Rimase in attesa una mezzora, dopo aver messo la capsula nella rivoltella, e Favacchia non usciva, così Checchino mandò a chiamarlo un suo amico, tale Vincenzo Cittadini, che si trovò a passare il quel momento.

     Non appena Favacchia si affacciò all'uscio della bottega di Tentarelli, Checchino sparò. Favacchia, colpito all'addome, cadde a terra. Erano le 21 del 16 aprile 1899. Il ferito, in condizioni assai gravi, fu subito trasportato a braccia in una casa vicina, dove fu visitato poco dopo dal dott. Ernesto Bindi, che lo giudicò in pericolo di vita. Il maresciallo dei carabinieri Antonio Simonelli, comandante della stazione di Giulianova, avviò subito le indagini per accertare le modalità del ferimento, il movente e il luogo dove il feritore si era rifugiato. Fu coadiuvato dai carabinieri Pietro Cervo e Angelo Pettinari.

     Furono proprio i carabinieri Cervo e Pettinari che alle 8,30 del 22 maggio, quasi un mese dopo il ferimento di Favacchia, che nel frattempo, dichiarato fuori pericolo, si avviava verso una lunga guarigione, riuscirono ad individuare il posto dove Checchino si nascondeva e lo arrestarono. Aveva trascorso tutto il periodo della sua latitanza in una stanza mascherata della sua abitazione, in Via Porta Marina, a Giulianova. Subito dopo l'arresto, fu interrogato dal Pretore di Giulianova, Burali d'Arezzo. Confessò di aver sparato e dichiarò di essere mossod al fatto che il rivale lo aveva affrontato minacciandolo con un coltello. Ma un teste oculare, Alessandro Federici, lo smentì, negando la circostanza, Favacchia era disarmato, dichiarò, perfettamente inerme, e si trovava alla distanza di poco più di tre passi dal suo feritore.

     Una teste, Maria Tancredi, donna di casa, fece una dichiarazione inquietante. Subito dopo il ferimento di Favacchia, Maria Grazia De Angelis le aveva detto: "Finalmente Checchino ha ucciso Favacchia e me lo ha levato di torno! Ciò che abbiamo pensato è riuscito o ora sarà finito tutto!"

     Che i due rivali si fossero affrontati in passato più di una volta, emerse da molte testimonianze. Giulia D'Ascenzo riferì che qualche sera prima del ferimento, nei pressi della Villa Ciafardoni, sullo stradale del Sole, aveva visto Emidio Favacchia che percuoteva Checchino Grossi, rabbiosamente, mentre  quest'ultimo giaceva a terra. Era stata proprio lei ad intervenire, implorando Favacchia di lasciar stare quel povero giovane e così Favacchia si era allontanato. Era stato qualche minuto dopo che un calzolaio, Flaviano Pompilii, aveva incontrato Grossi, in lacrime, all'imbocco del corso di Giulianova, mentre Favacchia lo inseguiva, minacciandolo e dicendogli: "Tu devi venire con me, alrimenti ti do il resto!"

     Un altro teste, il fornaio Flaviano Palestini, riferì che la sera prima del ferimento Favacchia, alla presenza sua e di altre persone, nella bottega di Tentarelli, si era vantato di aver percorso con violenza Checchino Grossi. Qualcuno gli aveva chiesto come aveva potuto prendersela con un ragazzo più giovane di lui, e Favacchia lo aveva afferrato al petto, chiedendo a sua volta, in tono minaccioso: "Vuoi tu il resto?"

     Grossi dichiarò che la rivoltella con cui aveva sparato era di suo fratello Giuseppe, muratore anche lui, di 30 anni anni, e che, avendo il grilletto rotto, l'aveva fatta accomodare per 15 soldi da tale Giuseppe Federici. L'aveva consegnata subito dopo il ferimento di Favacchia ad una cerata Giulia D'Ascenzo, di anni 26. La donna confermò. Le si era presentato, tremante, Checchino e le aveva consegnato la rivoltella, dicendole: "Ho sparato a Favacchia. Vai a vedere se è morto." La rivoltella fu consegnata, sequestrata e acquisita agli atti processuali.

     Il 4 luglio 1899 la Camera di Consiglio del Tribunale di Teramo riconobbe Antonio Grossi, di Pompeo e di Erminia De Benedictis, di anni 16, muratore, da Giulianova, imputato di mancato omicidio premeditato. Grossi scelse come suoi difensori  l'avv. Ignazio Marcozzi e l'avv. Bartolomeo Montani. Emidio Favacchia, come parte lesa, nominò suo legale rappresentante l'avv. Francesco Campanella.

     Pochi giorni prima del processo, che fu celebrato in Corte d'Assise, a Teramo, il 31 agosto 1899, il padre di Emidio Favacchia, Altobando, di anni 40, si recò in casa del feritore di suo figlio dicendo che avrebbe ritirato la querela, anche a nome di suo figlio, se gli si fossero pagate le spese delle medicine. Ma ottenne un rifiuto.

     La Corte d'Assise che giudicò Antonio Grossi fu presieduta dal cav. Edoardo Cimarelli e composta dai giudici Antonio Guerra e Achille Formosa. Il P.M. era Pasquale Semmola, il quale chiese che l'imputato fosse riconosciuto colpevole di ferimento, con il beneficio della provocazione grave e con l'esclusione della premeditazione.

     La sentenza giudicò Antonio grossi colpevole di lesioni personali con l'aggravante dell'arma da fuoco e di porto d'armi non autorizzato. Lo condannò  3 anni, 2 mesi e 20 giorni, da scontare in una casa di correzione, con il condono di 2 mesi di arresto. Alla parte lesa fu riconosciuta una provvisionale di 1000 lire. Grossi presentò ricorso contro la sentenza, ma la Cassazione lo dichiarò inammissibile l'11 dicembre 1899, confermando la sentenza di primo grado.

   La pena non fu interamente scontata, per un condono di 6 mesi concesso il 2 maggio 1901, secondo quanto previsto da un decreto di amnistia dell'11 novembre 1900. Il 27 dicembre 1901 Antonio grossi, detto Checchino, tornò in libertà.