Omicidio a Fonterosso

prima parte

          Alle prime ore dell’alba di lunedì 2 gennaio 1899  in contrada Fonterosso, agro di Giulianova, fu trovato il cadavere di un uomo.  Le indagini subito avviate dai Reali Carabinieri consentirono di accertare che il morto era tale Giacomo Cinaglia.  L’uomo era stato ucciso, come mostrava una ferita d’arma da fuoco presente sulla parte anteriore del collo. Chi lo aveva ucciso, chiunque fosse stato, aveva esploso contro di lui, da breve distanza, un colpo con un fucile carico a minuto piombo. Stavano a dimostrarlo i margini anneriti della ferita e il dato fu confermato dalla successiva autopsia, la quale consentì di accertare che la cartuccia la cui esplosione aveva provocato la morte del Cinaglia era piena di piombini di diversa dimensione, i quali, senza formare una rosa ampia, anzi assai stretta, a dimostrazione della breve distanza dalla quale il fucile aveva sparato, avevano attinto la carotide, provocando una violenta emorragia, causa certa della morte pressoché istantanea del malcapitato.

          Chi aveva sparato, uccidendolo, a Giacomo Cinaglia? Sia a Fonterosso che a Giulianova non si parlò d’altro per ore e si fecero più supposizioni. Era stato un omicidio passionale o scaturito da un contrasto di interessi? Si era trattato di un agguato, notturno, o di una lite, degenerata e finita in tragedia? Aveva nemici Cinaglia? Era giustificabile che ognuno dicesse la sua e proponesse una propria ipotesi. Ma sempre più spesso la voce pubblica prese ad indicare quale sospetto autore dell’omicidio Vincenzo Pultrone, anche lui, come Cinaglia, contadino e residente in contrada Fonterosso. Poiché le voci divennero sempre più insistenti e i sospetti più numerosi, i Carabinieri procedettero al fermo di Pultrone. La gente diceva che tra Cinaglia e Pultrone non corresse ultimamente buon sangue, che avevano questionato, per il possesso, conteso, di una rivoltella. Chi faceva il nome di Pultrone, però, non sapeva specificare i termini della lite, non sapendo dire con precisione che fosse avvenuto tra i due, che in precedenza si erano frequentati non mostrandosi in inimicizia. Ultimamente invece… Era successo qualche cosa e quel che era successo riguardava il possesso di una rivoltella. Sembrava che Cinaglia l’avesse sottratta a Pultrone e che Pultrone ne rivendicasse la proprietà. Furono i Carabinieri a tentare di capire come stessero le cose, facendo molte domande al fermato e perquisendo la sua abitazione, ma Pultrone, oltre che dirsi perfettamente innocente, negò che tra lui e Cinaglia ci fosse stata una qualche questione per via del possesso di una rivoltella.

          Il caso dell’omicidio di Fonterosso sembrò avviarsi a soluzione quando una perquisizione domiciliare consentì ai carabinieri di rinvenire nell’abitazione di Pultrone un fucile da caccia a bacchetta, a due canne. Un attento esame e una perizia consentirono di accertare che in una delle due canne era stata esplosa di recente una cartuccia e poi era stata infilata una nuova cartuccia, che risultava inesplosa. Anche nell’altra canna era presente una cartuccia non esplosa. Dunque, il fucile era stato usato per sparare un colpo e poi era stato ricaricato. I sospetti su Pultrone diventarono più gravi e consistenti, anche per il fatto che il fucile in alcuni punti era sporco di terra fresca e presentava all’estremità delle canne, sulle bocche delle stesse, un pezzettino di corteccia d’albero. Sembrava di poter affermare che il fucile fosse stato adoperato di recente in campagna, tenendolo col calcio a terra e con le bocche delle canne appoggiate ad un albero.

          Il luogo dove era stato rinvenuto il cadavere di Giacomo Cinaglia si trovava in campagna, lungo un viale fiancheggiato da pioppi e il pezzettino di corteccia d’albero trovato sulle bocche delle canne del fucile rinvenuto e sequestrato in casa di Vincenzo Pultrone sembrava essere proprio di pioppo. Furono anche esaminati i pallini di piombo rinvenuti sul cadavere di Cinaglia e furono raffrontati con quelli che si trovavano dentro le due cartucce infilate nel fucile sequestrato a casa sua e si constatò che la loro natura era perfettamente identica. Il caso dell’omicidio di Fonterosso sembra, dunque, risolto, ma Pultrone continuava a negare, nonostante la gravità degli indizi che sembravano accusarlo senza che potesse difendersi in modo adeguato. Occorreva però accertare il movente e, perciò, venire a capo, in assenza di una sua confessione, della questione di cui continuava a parlare la gente, quella lite per via del possesso di una pistola.

         Le successive indagini dei Reali Carabinieri consentirono di accertare che Vincenzo Pultrone verso la fine del mese di dicembre del 1898, aveva avuto da tale Carlo Colangelo, suo amico, una rivoltella guasta, con l’incarico di farla avere a tale Divinangelo De Benedictis, di Cologna, che avrebbe dovuto aggiustarla o venderla. Fu anche accertato che la sera del 30 dicembre Pultrone aveva con sé la rivoltella e l’aveva mostrata, in presenza di testimoni, a Cinaglia. Questi, dicendo che aveva l’intenzione di acquistare una rivoltella, saputo che Pultrone ne aveva una, sia pure guasta, aveva chiesto di poterla vedere e Pultrone gliel’aveva mostrata. Avutala tra le mani, però, Cinaglia se l’era messa in tasca, dicendo che avrebbe voluto osservarla meglio, in seguito. Pultrone aveva insistito per riaverla subito e Cinaglia lo aveva invitato a seguirlo nella vicina bettola di Antonio Taddei, dove, così aveva detto, avrebbe potuto osservarla meglio, alla luce, e alla presenza dello stesso Pultrone. Non fu facile per i Reali Carabinieri appurare quel che era avvenuto dopo, ma testi in grado di spiegarlo furono trovati e si seppe così che, seduti entrambi ad un tavolo della bettola, Cinaglia e Pultrone si erano trattenuti a discorrere. Cinaglia aveva offerto da bere a Pultrone, che aveva accettato. Ad un certo momento, Cinaglia aveva detto a Pultrone di dover uscire “per spandere un poco d’acqua”, si era alzato ed era uscito. Non vedendolo tornare, Pultrone si era molto agitato, mostrandosi assai adirato e aveva preso ad inveire contro Cinaglia, di cui in quel momento aveva intuito l’intenzione di sottrargli con l’inganno la rivoltella. Pultrone si era mostrato così agitato da spingersi a chiedere al titolare della bettola, Antonio Taddei, un fucile carico, con il quale, così aveva detto, voleva correre dietro a Pultrone per riavere la rivoltella. Ovviamente l’oste si era ben guardato dal dargli un fucile carico, così Cinaglia, ancora assai agitato, era uscito con furia dalla bettola. Altre testimonianze consentirono ai Carabinieri di appurare che Cinaglia era corso a casa sua, dove si era armato del suo fucile, portandosi subito dopo presso l’abitazione di Cinaglia, mostrando un contegno minaccioso, come alcuni testi dichiararono. Altri deposero che aveva atteso per tutta la notte il ritorno a casa sua di Cinaglia, il quale però non era tornato. Solo all’alba, non vedendolo tornare, si era arreso e se n’era andato a dormire.

          Era stato quello, dunque, il movente dell’omicidio, di cui Pultrone continuava ostinatamente a dirsi innocente? Sembrava di no, perché nelle ore successive Pultrone aveva riavuto finalmente la rivoltella che Cinaglia gli aveva sottratto con la destrezza e con l’inganno. O pentito del suo operato, o impaurito dal contegno minaccioso di Pultrone, del quale doveva essere stato informato dai suoi familiari e dagli amici, Cinaglia aveva restituito la rivoltella a Pultrone, la sera del 1° gennaio 1899, invitandolo a casa sua, per una bevuta di riappacificazione, insieme con altri amici. E Pultrone, aveva accettato, pur mostrandosi all’inizio un po’ riottoso.

          Dunque, se aveva riavuto la rivoltella, perché Pultrone avrebbe dovuto tendere un agguato a Cinaglia e sparargli un colpo di fucile a bruciapelo? Era possibile che a sparare fosse stato qualcun altro e che Pultrone venisse accusato ingiustamente? Ma, certo, il fucile che aveva sparato era stato rinvenuto a casa sua e questo era un grave indizio contro di lui.

Nel corso dell’istruttoria per l’omicidio di Fonte Rosso furono ascoltati diversi testimoni, tra i quali Carlo Colangelo, Raffaele Pistilli, Domenico Polito e Alessandro Giorgini, che avevano trascorso la serata di domenica 1° gennaio 1899 insieme con Giacomo Cinaglia e Vincenzo Pultrone. Colangelo dichiarò al Pretore di Giulianova, Francesco Cantaldi, che, uscendo dalla casa di Cinaglia, dove si erano trattenuti a bere per qualche tempo insieme con altri amici, Cinaglia e Pultrone si erano mostrati non del tutto riappacificati, tanto che il secondo aveva detto al primo: “Debbo lasciare la compagnia, altrimenti finirà male!” Domenico Polito dichiarò di essere rimasto insieme con Cinaglia fino a verso le ore 21. Era stato proprio lui, Polito, ad accorgersi di essere seguiti e spiati da Pultrone. Era poi rincasato, lasciando solo il Cinaglia, che a sua svolta era diretto verso casa sua.

     Pultrone negò la circostanza, ripetendo più volte che non aveva né seguito né spiato Polito e Cinaglia e che, subito dopo aver lasciato la compagnia, era tornato a casa e si era messo a letto, svegliandosi solo al mattino, quando aveva saputo che Cinaglia era stato trovato morto ammazzato. Aggiunse che era tornato a casa proprio insieme con Colangelo, che aveva invitato a dormire a casa sua. Nel corso della notte non si era levato dal letto e non era uscito di casa. Avrebbe potuto confermarlo lo stesso Colangelo. Non negò di avere avuto, la sera del 30 dicembre, una lite con Cinaglia, non negò di avergli sottratto la pistola, ma ribadì più volte di avergliela ridata e che in seguito, la sera del 1° gennaio, si era riappacificato con lui. Ammise anche di essersi armato di fucile e di essersi appostato sotto la casa di Cinaglia, il 30 dicembre, aspettando il suo ritorno, che non era avvenuto. Precisò, però, che si era armato di fucile solo perché aveva paura dei cani che stavano a casa di Cinaglia.

     Colangelo confermò di aver dormito a casa di Pultrone, su suo invito, ma gli inquirenti accertarono che aveva dormito in una stanzetta del tutto indipendente da quella dove aveva dormito Pultrone, il quale avrebbe potuto benissimo levarsi dal letto e uscire di casa senza che Colangelo se ne accorgesse. Tra l’altro la casa di Pultrone si trovava a poca distanza dal luogo in cui era stato rinvenuto il cadavere di Cinaglia, pertanto l’indiziato aveva potuto benissimo levarsi dal letto, senza farsi notare dal suo ospite, recarsi sul luogo del delitto, sparare alla sua vittima e tornare a casa, rimettendosi a letto, in pochissimo tempo. Restavano, pertanto, molti indizi a suo carico, anche per la conferma, avuta dallo stesso Pultrone, che il fucile rinvenuto e sequestrato in casa sua, aveva effettivamente sparato un colpo il 1° gennaio. Ma a sparare, si era difeso il giovane, era stato quasi certamente suo zio, andando a caccia, e lo zio confermò la circostanza, senza poter spiegare però come mai, pur avendo un suo fucile, per andare a caccia avesse usato il suo. Intanto la voce pubblica continuava sempre di più ad indicare Pultrone quale autore dell’omicidio.

     Dal successivo lavoro inquirente del Giudice Istruttore Raffaele Mastrocinque quasi tutte le circostanze accertate dal Pretore Cantaldi risultarono confermate. Fu anche documentato che Pultrone aveva detto al maresciallo dei carabinieri Antonio Simonetti al momento dell’arresto: “Maresciallo, mi vuoi mandare in una tomba”. Fu anche definitivamente accertata la presenza di quattro macchie di sangue sulla canna destra del fucile sequestrato in casa Pultrone, tre sotto e una sopra. Era ipotizzabile che le macchie si fossero prodotte nel momento in cui era partito il colpo che aveva attinto ed ucciso il povero Cinaglia, sparato a brevissima distanza. Fu data anche molta importanza al fatto che, portato sul luogo del delitto, alla vista del cadavere Pultrone era impallidito visibilmente e per poco non si era accasciato a terra. Tutti questi elementi vennero considerati indizi di estrema importanza.

     Il 13 febbraio 1899 la Camera di Consiglio del Tribunale di Teramo ordinò la trasmissione degli atti al Procuratore Generale presso la  Corte d’Appello dell’Aquila per l’ulteriore procedimento a carico di Vincenzo Pultrone, nato a Mosciano il 6 aprile 1876, figlio di Angelo e di Filomena Santini, al quale veniva contestato, in base agli art. 364 e 366 del vigente codice penale, il reato di omicidio premeditato, di competenza della Corte d’Assise, e quello di porto d’armi fuori della propria abitazione. Il successivo 10 marzo il Procuratore del Re Pasquale Semola chiese alla Sezione d’Accusa di pronunciare la sentenza di accusa, scrivendo tra l’altro che il sospettato era “una di quelle nature che non concepiscono se non l’odio verso i loro simili, aveva rancore da parecchio tempo contro Giacomo Cinaglia per questioni di gioco”. L’episodio avvenuto nella bettola di Antonio Taddei aveva scatenato il suo odio e la successiva pacificazione non aveva fatto cessare il suo odio per la vittima ed era rimasto fermo nel suo animo il proposito di prendersi una vendetta e se l’era presa, appostandosi lungo il viale che Cinaglia stava percorrendo per tornare a casa e sparandogli a bruciapelo da distanza tanto ravvicinata da non poter assolutamente sbagliare la mira.

     La Sezione d’Accusa si pronunciò il 23 marzo, fece proprie tute le argomentazioni del Procuratore del Re Pasquale Semola, riconoscendo sia la volontà omicida che la premeditazione, definite del tutto evidenti. Dava evidenza di prova a tutti gli indizi, dei quali i più gravi si riteneva che fossero le macchie di sangue sul fucile e la natura identica dei pallini di piombo trovati sul cadavere e di quelli trovati nelle cartucce inesplosa infilata canne del fucile sequestrato in casa Pultrone. Inoltre vari testi avevano deposto sia sull’odio dell’accusato per la vittima sia sulle minacce del primo al secondo. Accogliendo la richiesta del Sostituto Procuratore Generale Michele Lanzara, la Sezione di Accusa, presieduta dal Cav. Carlo Santi, rinviò Vincenzo Pultrone al giurizio della Corte d’Assise di Teramo.

     In vista del processo la madre dell’ucciso, Enrichetta Lupinetti, di anni 57, si costituì parte civile e scelse quale proprio rappresentante legale l’avvocato Francesco Moruzzi. L’accusato, in carcere, ribadì più volte la propria innocenza, chiamava sempre in causa Carlo Colangelo, dicendo che la sua testimonianza era inequivoca. Aveva dormito in casa sua e aveva dichiarato di non averlo mai visto uscire quella notte. Non era stato lui, perciò, a sparare a Cinaglia, con il quale si era riappacificato e non aveva più motivi di contrasto. Perché ne avrebbe dovuto avere? La rivoltella l’aveva riavuta, avevano bevuto insieme e si erano lasciati in armonia. Perché avrebbe dovuto appostarsi nel buio, aspettando il suo ritorno a casa, e sparargli addosso un colpo di fucile?

continua