La morte del povero "Ragnùle"

          Lunedì 7 gennaio 1878, alle ore 6,30 del pomeriggio, Lucia Piccioni, di anni 51, originaria di Giulianova, non vedendo tornare a casa il marito, Domenico Di Marco, di anni 52, detto “Ragnùle”, era uscita di casa per andarlo a cercare in qualche cantina, dove era sicura che l’avrebbe trovato. E lo trovò. Stava nella cantina di Pasquale Pompetti, detto “lu prete”, che stava sotto il Duomo di Teramo. Il marito stava bevendo del vino insieme con il fratello Antonio, fornaio, di 38 anni, con la moglie di questi, Maria Giuseppa Cordone, di 33 anni, e con altre persone, tra le quali Bernardino Canzanese. 
          Lucia riuscì finalmente a convincere il marito e i due cognati ad uscire dalla cantina e si avviarono tutti verso casa. Ma in strada sorse una discussione un po’ animata tra i due fratelli, ognuno dei quali pretendeva di accompagnare l’altro fino a casa. Era prassi che, tra compagni di cantina, chi fosse meno brillo aiutasse l’altro a tornare a casa, ma era anche comune che nessuno ammettesse di essere il più ubriaco. La discussione era in corso, con le mogli dei due fratelli che tentavano di conciliare le opposte vedute, quando arrivarono sul posto il capo delle guardie municipali, Gaetano Paolini, 38enne, e la guardia municipale Tommaso Di Giovanni, 36enne. Le due guardie pensarono di sedare la lite e il Paolini chiese: “A che questionate ?”. 
          Domenico, che aveva anche un altro soprannome, “Cappuccino”, fu il più lesto a rispondere e mostrò tutta la propria contrarietà per quella intromissione, rispondendo: “Andate a fare il contrabbando, altrimenti, per la Madonna, vi facciamo come fu fatto per la guardia Salvatore. Perché qua non ci avete che fare.” Egli si riferiva ad un episodio, avvenuto qualche tempo prima, in cui l’antipatia reciproca tra le guardie municipali e i cittadini di Teramo era sfociata in una rissa, nella quale una guardia aveva avuto la peggio.

          Il Paolini si rivestì di tutta la sua autorità di capoguardia municipale e replicò: “Come non ci ho che fare ? Non mi riconoscete che sono una guardia municipale ? Ritiratevi !” Poi, avendo l’impressione che Domenico Di Marco nascondesse qualcosa sotto il mantello, gli chiese: “Cosa portate lì sotto ?”  “Ragnùle” replicò, ancora più risentito: “Che porto ? Il cazzo ! Che diritto avete voi di domandarmi cosa porto ? Non vedete che io riesco dalla cantina ?”
          Antonio Scenetti, giovane falegname di 19 anni, si trovava vicino al Palazzo Ciotti insieme con Giulio Benvenuto, un certo Albano, il 18enne Domenico Marcaccini, calzolaio, il 17enne Pietro Santilli, lavorante del barbiere Aiello, e Luigi Pace, fornaio, di 17 anni, quando una ragazza del vicinato, di nome Filomena, si avvicinò al Pace e gli disse: “Voi ve la state discorrendo e tuo zio si sta uccidendo. Si sta azzuffando vicino alla bottega del barbiere Aiello.” I giovani corsero sul luogo indicato e videro i due fratelli Di Marco, con le rispettive mogli, che altercavano con due guardie municipali. Domenico gridava: “Perché mi volete arrestare ? Che porto il contrabbando io ?” Una delle guardie, il Di Giovanni, replicò: “Tirati indietro, altrimenti ti brucio !”  E si pose la mano sotto l’abito, come se volesse estrarre un’arma. Anche Domenico Di Marco fece il gesto di frugarsi nelle tasche e il Di Giovanni gli chiese: “Che cosa cerchi in tasca ?” Il Di Marco rispose: “Voglio prendere il coltello per ucciderti !”.

          Intervenne Antonio, tentando di sedare la lite: “Noi facciamo i fatti nostri: Non portiamo certamente contrabbando, perché siamo usciti proprio adesso dalla bettola di Pompetti.” “Tu vai, sei troppo amico nostro. E’ meglio che te ne vai.” gli rispose la guardia Di Giovanni. Antonio allora replicò che non poteva lasciare il fratello, ma, dopo qualche altro scambio di ingiurie, finalmente si allontanò insieme con la moglie, diretto alla propria abitazione, in Vicolo del Sole. Il fratello Domenico e la moglie Lucia mostrarono di dirigersi anche loro verso la propria abitazione, in vico dell’Annunziata e così anche i giovani che erano accorsi ed avevano assistito all’ultima parte della lite si allontanarono. Tutti tranne Antonio Scenetti, il quale potè notare che la lite tra le due guardie e Domenico Di Marco continuava. Vide così che ad un certo punto la guardia Di Giovanni fece due passi indietro, ponendosi nuovamente la mano sotto l’abito, come per impugnare un revolver, e dicendo al Di Marco che voleva sparargli. Questi però gli sferrò un pugno e si scatenò una zuffa. Il capo delle guardie, il Paolini, trasse la sciabola dal fodero e cominciò a dre colpi di piatto sulle gambe e sulle reni del Di Marco, fino a quando questi non si staccò dal Di Giovanni. Non appena il Di Marco si voltò verso il Paolini, questi gli vibrò un colpo di punta sul ventre. Mentre il capoguardia dava altri colpi di sciabola al Di Marco, la moglie di questi, che cercava di difenderlo e sottrarlo alle sciabolate, rimase colpita anch’essa alla testa. Intanto la guardia Di Giovanni, appena “Ragnùle” si era staccato da lui, aveva cavato di tasca un revolver e minacciava di fare fuoco, dicendo: “Tiratevi indietro, ché vi sparo !” 
          Il 32enne Giovanni Zappavigna, originario della Provincia di Cremona, sergente di fureria, percorreva la strada dell’Anfiteatro vecchio, quando vide un gruppo di persone che gridavano e, in mezzo, uno che roteava la sciabola dando colpi a dritta e a manca e un altro che impugnava il revolver e gridava minacciosamente. A terra c’era una persona, ferita gravemente, che gemeva. Accanto una donna, ferita anche lei, piangeva e si disperava: “E’ morto…l’hanno ucciso…” Il ferito, gemendo, pronunciava alcune parole, delle quali risultavano comprensibili soltanto queste: “Mi hanno ucciso…mi hanno ucciso…”
          Proprio in quel momento si trovò a passare, provenendo da via dell’Usignolo il Procuratore del Re, Alessandro Ristori, che da poco aveva incontrato Felice Fortunati, scrivano addetto alla Cancelleria della Pretura di Teramo. Il Procuratore ordinò al sergente Zappavigna di arrestare la guardia Di Giovanni, che era rimasta sul posto, dispose che venissero rintracciati il capoguardia Paolini, che si era dato alla fuga, e i testimoni. Fece poi trasportare i due feriti all’Ospedale Civile e infine si recò presso la Caserma dei Carabinieri, dove denunciò l’accaduto affidando le indagini al Giudice Istruttore Enrico Tavani. 
          Domenico Di Marco, detto “Ragnùle” morì in ospedale alle 3,30 di quella notte. La moglie Lucia se la cavò. Il capo delle guardie municipali di Teramo, Gaetano Paolini, fu processato il 7 giugno di quello stesso anno e, difeso brillantemente dall’Avv. Mezucelli, fu condannato a 3 anni di carcere. La guardia Di Giovanni fu invece assolta. La sentenza venne giudicata scandalosa dai cittadini teramani e l’astio per l’arroganza delle guardie municipali e daziarie, che risaliva ad antica data, fu ancora più grande.